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Why we need diplomacy, now more than ever (First part)

I am surfing the net, desperately trying to find material that might help me understand my notes from today’s lessons when I get into a lecture given by Chas Freeman, (former American ambassador in Saudi Arabia and diplomat). From the very beginning, he caught my attention as he gave an innovative definition of diplomacy, describing it as the “regulation of international relations through the control of perceptions".

I loved the statement, as it was provocative and truthful at the same time. What matters more than perception, nowadays?

Let’s think about the impact social media have had on worldwide elections: one could even say they’ve changed the political game, as politicians seem to struggle to polarize the attention of voters online. "Fewer words, more emotions” is what their motto would sound like. Moreover, perception plays a particularly crucial role here in Italy, as the people’s political opinion is one of the most affected by "numerical illiteracy”(¹).

Numerical illiteracy is a phenomenon that explains how perception is influenced by emotional bias, resulting in the incapability of estimating adequate previsions in numerical/percentage terms. For instance, more than a half of Italian people think that immigrants represent the 30% of the population, while they nearly constitute the 9.3% of it, or that the unemployment rate amounts to the 40%, while it's the 10% only, actually.

Of course, perception determines public opinion and public opinion cannot be neglected by politicians and subsequently by diplomats.

Unfortunately, as a new wave of nationalism rises (and walls with it), States seem to be in need for diplomats less and less (although not all of them: the US cut its foreign affairs budget by 30%, many European states are following a similar trend, but China doubled its budget on diplomatic services, for instance).

More and more politicians shout out “Our people first”, and what’s implied is that there is no more room for communication nor real compromise. Trust is replaced by suspicion in our new and far more fluid era, resulting in the erosion of alliances and protectorates. However, the atrophy of diplomatic vocabulary finds its origins in the Cold War, when the trust in international relations at balance, as well as the effectiveness of international actors, both among them and in their own nations, were undermined.

Back then, diplomacy resembled trench warfare: confrontation and aggressive behaviour were used to prevent the intrusion in one's own sphere of influence, to hold subordinate states and politicians in line.  Today, the only term practically left to describe any sort of remotely cooperative ties, however ephemeral, is “ally" and/or “alliance". These words have so stretched and blurred in meaning that they've become semantically nonsense, creating confusion in analysis and communication. 

Currently, it is hard to believe the amount of power in the hands of diplomats. We can see on a daily basis how international law does not always prevent states from invading or dismembering other states, how international organization seem unable to stop the violation of human rights. One of the reasons might be the trend to regionalization and fragmentation of international relations: distribution of power is getting more pluralistic and the number of non-state actors with the capability of causing great damage has multiplied in the last several decades.

Definitely, war is not the answer, how the state of affairs in Afghanistan or Iraq can testify. Some say external intervention has caused a rise rather than a reduction in the danger of terrorism.

How can we make it without diplomacy?

(to be continued)

Giada Santana



Perché abbiamo bisogno della diplomazia, ora più che mai


Navigo su internet, alla disperata ricerca di trovare materiale che mi aiuti a capire i miei confusionari appunti della lezione di oggi, quando mi imbatto in una lezione tenuta da Chas Freeman (ex ambasciatore USA in Arabia Saudita e diplomatico).  Sin dall’inizio, il video attira la mia attenzione, in quanto fornisce una definizione di diplomazia molto diversa da quella che mi aspettavo, ovvero: “Il regolamento delle relazioni internazionali attraverso il controllo della percezione”.

Ho amato la frase, perché era provocatoria e sincera allo stesso tempo. Cosa conta al giorno d'oggi più della percezione?

Basti pensare all’impatto che i social media hanno avuto a livello globale sulle elezioni: si potrebbe dire che abbiano cambiato radicalmente il gioco politico, da quando è necessario faticare online per ottenere l’attenzione di chi vota. “Meno parole, più emozioni” sembra essere il mantra imposto dai politici. Tanto più che la percezione è particolarmente cruciale qui, in Italia: gli italiani sono tra i più affetti da analfabetismo numerico e questo si riflette sulla loro opinione pubblica. L'analfabetismo numerico è un fenomeno che spiega come la percezione sia influenzata da pregiudizi emozionali e risulti nell’incapacità di fare adeguate previsioni, in termini di stime e numeri. Ad esempio, più della metà degli italiani ritiene che i migranti rappresentino il 30% della popolazione, quando sono circa il 9.3% o che i disoccupati ammontino al 40%, mentre attualmente sono il 10% della popolazione.

Certo, la percezione determina l'opinione pubblica e l'opinione pubblica non può essere trascurata dai politici e quindi dai diplomatici.

Sfortunatamente, mentre una nuova ondata di nazionalismo aumenta (e muri con loro), molti stati sembrano avere  sempre meno bisogno di diplomatici (se pur con alcune eccezioni): gli USA hanno tagliato i fondi per le relazioni internazionali del 30%, molti stati europei stanno seguendo un simile trend, ma la Cina ha raddoppiato il suo budget nell’ambito diplomatico.

Sono sempre di più i politici che esclamano “Prima il nostro popolo”, ciò che lasciano di implicito è che non ci sia spazio per la sana comunicazione né per il compromesso. La fiducia è rimpiazzata dal sospetto nel nostro tempo, liquido e nuovo, con risultati come l'erosione delle alleanze e dei protettorati. D’altronde, l’atrofia del vocabolario diplomatico è iniziata durante la Guerra Fredda, minando l'apprezzamento delle relazioni di equilibrio e la capacità di essere  credibili ed efficaci degli attori internazionali, internamente alla propria nazione, come pure tra di essi e con il proprio concorrente.

Oggi, quasi l'unico termine usato per descrivere qualsiasi tipo di legame lontanamente cooperativo, per quanto effimero esso sia, è "alleato" e / o "alleanza". Queste parole sono state così tese e offuscate da essere diventate assurdità semantiche, creando nient'altro che confusione per l'analisi o la pianificazione. Allora, la diplomazia assomigliava alla guerra di trincea: lo scontro e il comportamento aggressivo venivano usati per impedire l'intrusione nella propria sfera di influenza.

È difficile credere ancora che vi sia una simile quantità di potere nelle mani dei diplomatici. Vediamo quotidianamente come il diritto internazionale non impedisca agli Stati di invadere o smembrarne di altri, come l'organizzazione internazionale sembri incapace di fermare la violazione dei diritti umani.

Una delle ragioni potrebbe essere la tendenza alla regionalizzazione e alla frammentazione delle relazioni internazionali: il potere è più plurale ed il numero di attori non governativi con la capacità di fare grandi danni si è moltiplicato negli ultimi decenni. Sicuramente, la guerra non è la risposta, come può testimoniare lo stato delle cose in Afghanistan o in Iraq, in cui l'intervento esterno ha causato un aumento piuttosto che una riduzione del pericolo del terrorismo.

Come possiamo farcela senza diplomazia?

(Continua)


Giada Santana

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